giovedì 3 aprile 2014

CROCE (Dizionario)


E’ il segno che caratterizza l’identità del cristiano e ricorda l’amore di Dio espresso in pienezza nel dono della vita offertaci dal Cristo. Il segno della croce è accompagnato dalla formula trinitaria (“Nel nome del Padre…”) e nei due assi, verticale e orizzontale, indica l’unione tra cielo e terra (asse verticale: “Come in cielo e così in terra”) e la comunione tra gli uomini garantita dallo Spirito santo (asse orizzontale). C’è dunque racchiusa tutta la nostra fede: nel Dio trinitario, nel suo amore per noi, nell’amore che dobbiamo vivere con i nostri fratelli. Con il Figlio c’è sempre il Padre e lo Spirito santo.
Strumento di morte, la croce abbracciata dal Cristo, diventa strumento di salvezza: l’amore trasforma il male in bene, la morte in vita eterna.
Prendere la propria croce” diventa l’invito a vivere ogni difficoltà, ogni umiliazione, continuando ad amare, a perdonare, a sperare che l’amore ha l’ultima parola e vince la morte e il male.
La croce diventa per il Crocifisso il suo trono da dove regna sovrano: la festa di Cristo Re dell’universo ci invita a contemplarlo sulla croce, come colui che è innalzato e che attira a sé ogni persona (“volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”).
E’ dal Crocifisso infine che scaturisce lo Spirito, dono ultimo dell’atto del morire, e il sangue e l’acqua dal costato trafitto (cf. Gv. 19,34), simboli dei sacramenti che dal suo amore, dalla sua vita scaturiscono.

 

L'avventura della croce

 

La croce è per i cristiani l'albero della vita, il talamo, il trono, l'altare della nuova ed eterna alleanza. Una volta che Cristo, nuovo Adamo, si addormentò sulla croce, ha dato alla luce il mirabile sacramento della Chiesa. La Croce diventa il segno della signoria di Cristo su coloro che sono configurati con Lui nel battesimo nella morte e nella gloria. Nella Patristica è il segno del Figlio dell'Uomo che apparirà alla fine dei tempi. L'amore tutto si manifesta sulla Croce.
Santa Teresa d'Avila diceva nei suoi colloqui d'amore con Cristo, "la croce è vita e conforto, l'unico cammino verso il cielo". Così, la croce prima di essere segno di tortura e sofferenza è un segno di misericordia, speranza, rifugio, riflessione, ispirazione, perdono, passione, amore, pace e vittoria sulla sofferenza e sul dolore.
Gesù Cristo si è offerto liberamente alla Passione e alla Croce, ha aperto il senso e il destino della nostra vita. Con lui abbiamo sulla croce le braccia aperte e un cuore aperto al servizio del Padre. In Lui conseguiamo a vedere e a sentire la speranza, l’eternità.
La Croce è una storia d'amore, il più grande senso di svuotamento (kenosis) del Figlio, dove Lui dimostra che il suo amore non ha limiti e che anche la paura della morte non può offuscare il suo più grande impegno: fare la volontà del Padre.
La Sua morte era, piuttosto, l'inizio della Sua glorificazione, il Padre stesso lo ha esaltato. Ciò che si esalta non è la croce/sofferenza; ciò che si esalta è l'amore incondizionato di un Dio che ha condiviso la nostra condizione umana e si è compromesso per la realizzazione del Regno fino alla fine. Sulla croce, Cristo risorto oggi, ha dato la sua vita per noi. Per questo, "la nostra gloria è la croce dove Gesù ci ha salvati".
Dobbiamo esaltare Cristo che, avendo amato i suoi, ci ha amati fino alla fine (Gv 13,1). Dobbiamo esaltare Dio che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché tutti abbiano la vita nel suo nome (Gv 3, 16 e Gen 22, 2).
Dio stesso ha voluto diventare uno di noi, anche nella sofferenza e nel dolore dell'anima. Un Dio che ci circonda con il suo amore estremo, infinito, dimostrato non in grandi misteri, ma nella verità e nella vita.
Ogni volta che ci facciamo il segno della croce invocando la Santissima Trinità ricordiamo questo mistero. Per questo esponiamo la croce nelle nostre chiese, case, luoghi di lavoro, su di noi, mostriamo che un Dio ha dato la sua vita per noi, trasformando la croce in segno di salvezza.
Il cristiano sa, attraverso la croce, che la nostro limitatezza mai sarà capace, mai sarà sufficiente per contemplare tutta questa immensità d'amore. Ma lì, sulla croce, possiamo sperimentare l'amore. E l'unica chiave per comprendere la nostra esistenza è certamente l'amore: solo l'amore spiega la nostra vita e ci sollecita alla vita. Così celebriamo la festa dell'Esaltazione della Croce, o la festa dell'Esaltazione dell’Amore supremo.
Mons. Orani João Tempesta, O. Cist.
Arcivescovo Metropolita di San Sebastiano di Rio de Janeiro, RJ


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COLLOCAZIONE PROVVISORIA

Don Tonino Bello
Nel Duomo vecchio di Molfetta c'è un grande crocifisso di terracotta. L'ha donato, qualche anno fa, uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: "collocazione provvisoria". La scritta che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell'opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso da lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.
Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell'abbandono. (…)Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte.
Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra. Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre"collocazione provvisoria ". Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C'è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo."Da mezzanotte fino alle tre di pomeriggio, si fece buio su tutta la terra". Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell'uomo. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell'orario, c'è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. 
Vedi anche: http://paroledivita.myblog.it/archive/2009/10/12/croce-gloriosa.html (catechesi sulla croce di San Damiano)

 



Le sette parole di Gesù in Croce

Di Anna Maria Canopi
Sette parole e poi il silenzio e la morte, nell’attesa della Risurrezione. Messaggio « estremo » del Signore che la tradizione cristiana, popolare e monastica, ha sempre scelto come tema privilegiato per la preghiera Una meditazione di madre Anna Maria Canopi
L’AUTRICE E IL TESTO

 Madre Anna Maria Canopi, nata a Pescara nel 1931, è la fondatrice e abbadessa del monastero Mater Ecclesiae nell’isola di San Giulio, sul lago d’Orta, in provincia di Novara. Scrittrice feconda e studiosa dei Padri della Chiesa, è autrice di molti libri sulla spiritualità monastica e cristiana. Ha collaborato all’edizione della Bibbia della Cei, al Catechismo della Chiesa Cattolica e alle edizioni dei nuovi messali e lezionari. Ha preparato il testo della Via Crucis di Giovanni Paolo II al Colosseo nel 1993.
  Nel 1995 è intervenuta al Congresso della Chiesa italiana di
Dalla cattedra della Croce, il Giusto, che si è caricato di tutte le nostre sofferenze perché ha preso su di sé tutte le nostre colpe, ci insegna a sperare contro ogni speranza, a sentire che le mani di Dio sono più forti di qualsiasi mano potente degli uomini, più forti di ogni tentazione che possa sopraggiungere e abbattersi su di noi. Perciò anche quando la prova è dura, terribile e angosciosa, noi dobbiamo gridare: nelle tue mani, Signore, sono al sicuro
Palermo e ha portato la sua testimonianza di monaca benedettina al Convegno dei giovani europei tenutosi a Loreto.
  Il testo che pubblichiamo è tratto dal volume Le sette parole di Gesù in croce. Meditazione e preghiera (Paoline, pagine 38, euro 3).
  « Meditare su queste parole – scrive madre Canopi nell’introduzione – è come immergersi nel grande mistero della redenzione e diventarne una fedele manifestazione in mezzo agli uomini del nostro tempo che tanto facilmente passano distrattamente accanto alla Croce, assorbiti da altre parole che lasciano il vuoto nel cuore » .

« PADRE, PERDONA LORO PERCHÉ NON SANNO QUELLO CHE FANNO» Dopo aver detto, con lacrime e sudore di sangue, il suo sì filiale al Padre, Gesù acquista forza ed è pronto ad affrontare la Passione tacendo davanti alla menzogna e all’umiliazione, deciso a portare a compimento la sua missione salvifica. Condannato a morte senza un regolare processo, si avvia, portando la croce, verso il Calvario. Durante la faticosa salita, egli è il buon Pastore che porta sulle sue spalle non tanto una croce di legno quanto l’umanità, ossia la pecorella smarrita che è venuto a cercare per riportarla nell’ovile del Padre sulle proprie spalle. Siamo dunque noi la sua vera croce. Il Calvario, luogo della più ingiusta esecuzione capitale, in forza di questo «più grande» amore, spinto fino all’estremo dono di sé, si trasforma nel monte del sacrificio redentore, nel monte dell’intercessione e del perdono. Colui che durante il processo «non aprì la sua bocca» e, spogliato delle sue vesti, si rivestì di sacro silenzio – «Jesus autem tacebat», dice l’evangelista Matteo usando qui l’imperfetto a sottolinearne la profondità e la durata – ora che è reso del tutto impotente ed è là sospeso tra cielo e terra, inchiodato e senza alcuna difesa, in una disfatta che sembra totale, ora egli parla. E la prima parola che udiamo da lui sulla croce è perdono, vale a dire «per-dono», dono al superlativo, dono di quell’amore che l’ha spinto lì: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Commenta l’abate Elredo di Rievaulx: «'Padre', dice, 'perdonali'. Che cosa si poteva aggiungere di dolcezza, di carità a una siffatta preghiera? Tuttavia egli aggiunse qualcosa. Gli sembrò poco pregare, volle anche scusare. 'Padre, disse, perdona loro perché non sanno quello che fanno'. E invero sono grandi peccatori, ma poveri conoscitori. Perciò: 'Padre, perdonali'.
  Crocifiggono, ma non sanno chi crocifiggono, perché 'se l’avessero conosciuto, giammai avrebbero crocifisso il Signore della gloria' (cfr.
  1Cor 2,8); perciò: 'Padre, perdonali'. Lo ritengono un trasgressore della legge, un presuntuoso che si fa Dio, lo stimano un seduttore del popolo. 'Ma io ho nascosto loro il mio volto, non riconobbero la mia maestà'. Perciò: 'Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno'» ( Specchio della carità III,5).
  «OGGI CON ME SARAI NEL PARADISO» 
 Sull’alto monte del Calvario, quasi alberi nudi contro il cielo primaverile, si stagliano tre croci.
  La tradizione artistica, con giusta intuizione, ha sempre voluto che quella posta al centro fosse più alta; su di essa si impone all’attenzione una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Gesù è là, inchiodato alla croce tra due malfattori, provocato e deriso dai capi e dai soldati, abbandonato dai discepoli, guardato da lontano dalla folla che prima l’aveva seguito, ascoltato e osannato per le sue parole e i suoi miracoli: ecco ora il più inconcepibile scandalo dell’impotenza. Un «re da burla» che non si difende e che non è difeso da nessuno, nemmeno con una parola… È una condizione estremamente umiliante, ma è la vera via regale scelta da Cristo per sé e da lui proposta ai suoi discepoli: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» ( Gv 12,26). E ancora: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» ( Mt 11,29).
  Soltanto la fede ci fa intuire che in tale stato di povertà e di umiliazione, di spogliazione e di morte è nascosto un grande mistero di grazia, una realtà bella e desiderabile. Fu questa la fede del «buon ladrone» che, solo, riconobbe nel suo compagno di sventura un vero re, un re paziente, che pativa ingiustamente misconoscimento e ingratitudine da parte di coloro – noi tutti – che egli non si vergognava di chiamare fratelli. E per quella sua fede il ladro ebbe il coraggio, in mezzo alle bestemmie e alle parole irrisorie, di chiamarlo per nome, di riconoscerlo «salvatore» e di rivolgergli un’umile preghiera di supplica: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno», rubando così all’ultimo istante il passaporto per entrare nel più bello di tutti i regni e ricevere in eredità una ricchezza incalcolabile. Ebbe, infatti, la grazia di sentirsi dire: «Oggi con me sarai nel paradiso» ( Lc 23,43). Il ladrone entra con il Re nel regno della gloria! Così il Cristo esercita la sua regale autorità. Nell’umiltà del suo amore egli arriva all’estremo sacrificio per dare all’uomo la libertà, la salvezza, la vita nel suo regno glorioso.
  Un inno della Liturgia delle Ore così ci fa cantare: «Egli non con stragi, con violenza e terrore ha soggiogato i regni: sollevato sull’alto della croce, tutto ha tratto a sé con forza d’amore».
  «DONNA, ECCO TUO FIGLIO!... ECCO TUA MADRE!» Tutto il tumulto della più tragica giornata della storia sembra ora placarsi. Sulla vetta del Golgota verso sera spiccano soltanto tre persone, tre esili figure: Gesù agonizzante, la Madre e Giovanni, il discepolo dal cuore vergine, capace di amare con totalità di dedizione, senza paura di morirne. Come Maria. E si distinguono ormai soltanto alcune brevi parole: brevi ma intense, essenziali, cariche di potenza creatrice, perché cariche d’amore: «Donna, ecco tuo figlio!… Ecco tua madre!». La consegna della Madre al discepolo è il supremo testamento d’amore lasciatoci da Gesù. Nelle tenebre del Venerdì Santo una luce rifulge; in un raccapricciante scenario di morte avviene un mirabile atto creativo. Maria rappresenta qui la nuova Eva dalla quale nasce una prole nuova: la stirpe dei figli di Dio. Donna, ecco tuo figlio!
  Mentre sta presso la croce e consuma nel cuore l’immenso dolore della Passione del Figlio, dal Figlio stesso Maria è investita di una maternità spirituale e universale che la rende davvero grande più di ogni altra creatura. Diventa madre di tutta l’umanità, perché – come dice sant’Agostino – Gesù, in forza del suo amore, essendo unico presso il Padre non ha voluto rimanere solo (cfr. Discorsi, 194,3). Ecco tua madre! Quale pegno e quale responsabilità! Giovanni la prende con sé per riceverne le cure quale figlio, ma anche per averne cura come di una madre cui è dovuto immenso amore, profonda riverenza e devozione. Da questo momento Maria è la Madre della Chiesa; è la nostra Madre nella misura in cui noi instauriamo con Gesù una relazione vitale, prendendo parte al suo mistero di redenzione come membra del suo stesso corpo. La nostra vita ha quindi le sue radici nella croce di Gesù, nella stabilità di Maria, nella fedeltà di Giovanni. Siamo nati là, in quell’ora, dal cuore trafitto di Cristo e siamo stati affidati da lui al cuore della Madre. Così siamo nati quali figli di Dio e siamo nati anche come Chiesa; perciò siamo nati anche come madri, perché Maria è Madre e Figlia della Chiesa, com’è Madre e Figlia del suo Figlio.
  Affidati a lei, riceviamo a nostra volta in lei e da lei la santa Chiesa; la riceviamo come Madre da amare, da onorare; la riceviamo per darle ascolto, per obbedire ai suoi suggerimenti, per camminare con la sua guida nella via della luce quali veri figli di Dio.
  «DIO MIO, DIO MIO, PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO?»Dopo aver pronunziato il suo «testamento spirituale» e aver consegnato la Madre al discepolo amato, Gesù è ora totalmente spoglio di ogni divina e umana ricchezza; il Figlio di Dio, ridotto all’estrema povertà, grida tutta la sua desolazione e l’angoscia di uomo che sperimenta la dolorosa assenza di ogni sostegno vissuta come assenza di Dio stesso, come stato di abbandono totale: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Il grido lacerante dell’Uomo-Dio attraversa le nostre tenebre; è l’ora culminante dell’agonia in cui il Cristo assume veramente tutta la desolazione, l’angoscia, la paura, il terrore della morte che abitano nel cuore dell’uomo. Con forti grida e lacrime – dice la Lettera agli Ebrei (cfr. 5,7) – Gesù pregò colui che poteva liberarlo da morte. Il pianto di tutto il dolore delle generazioni umane passa attraverso il cuore di Cristo, sale dalla terra, penetra nei cieli e ferisce il cuore del Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». «Dio non può averlo abbandonato – spiega sant’Agostino – perché lui stesso è Dio». Eppure il Cristo prova questo abbandono, vive questa estrema desolazione, cade in questo abisso dove le tenebre sono assolute. È un mistero. Al grido straziante del Figlio, dell’uomo, Dio non si fa sentire, non interviene. E tuttavia non è un Dio assente; è un Padre che, per folle amore, immola il Figlio della sua compiacenza per i « figli dell’ira»; nel Figlio del suo amore egli immola il proprio cuore, che, tutto donato, diventa puro silenzio. Ma in quel silenzio c’è la più alta risposta, la più sofferta «com-passione». È un’ora buia; è l’ora più buia della storia, ma è anche il grembo del nuovo giorno, per la nascita di un mondo nuovo, per il sorgere di una nuova luce. Il lamento di Cristo, infatti, è l’inizio del Salmo 22, che, apertosi con tale lancinante grido di angoscia, si conclude poi – come la stessa Passione – con una consegna fiduciosa, con una parola piena di speranza: «E io vivrò per lui (per Dio), lo servirà la mia discendenza» (vv. 30-31). Proprio quest’Uomo che muore avrà una lunga discendenza. L’ora in cui Colui che è la Vita si consegna alla morte è dunque l’ora della massima fecondità: generazione a prezzo della morte. Da mezzogiorno alle tre delpomeriggio si fece buio sulla terra… Questo è uno spazio di tempo nella giornata, in ogni giornata, che noi dovremmo sempre trascorrere sotto la croce, poiché quell’ora non si è chiusa, ma perdura e abbraccia tutta la nostra esistenza. Noi siamo ancora contemporanei all’agonia di Gesù, sempre presenti all’ora della sua suprema offerta. 
 « HO
 SETE» 
  Dopo il grido di dolore rivolto al Padre e dopo aver affidato la Madre al discepolo Giovanni, Gesù esprime con un soffio di voce un’umile domanda da mendicante, una domanda che tante volte affiora sulle labbra riarse dei morenti: «Ho sete». Il gesto di chi, imbevuta una spugna di aceto, gliela porge è, in mezzo a tante atrocità, un segno di umana compassione, compiuto per alleviare le sofferenze dell’agonizzante. Ma la sete di Gesù non può trovare sollievo soltanto in questo, perché è una sete soprattutto spirituale che lo ha accompagnato lungo tutta la sua esistenza terrena. È sete di amore. Già all’inizio della sua missione pubblica, sedutosi, affaticato, presso il pozzo di Sicar, aveva chiesto alla donna samaritana: «Dammi da bere!»; e l’aveva poi lui stesso dissetata rivelandosi come Colui che doveva venire a salvarci. Di che cosa, infatti, ha sete Gesù se non di noi, della nostra salvezza, della nostra fede, del nostro amore? La beata Teresa di Calcutta commentava queste ultime parole di Gesù, dicendo: «Ho sete: queste parole di Gesù non riguardano solo il passato, ma sono vive qui e ora, dette a noi... Finché non comprendiamo nel profondo del nostro essere che Gesù ha sete di noi, non potremo cominciare a conoscere quello che egli vuole essere per noi, e ciò che egli vuole che noi siamo per lui». La sete di Gesù è dunque una sete divina; ma è pure un bisogno della sua umanità che si mette nella nostra situazione di desolata povertà, di estrema debolezza per condividerla. Scopriamo questa «sete» di Gesù anche prima, nell’orto del Getsemani, quando, quasi come bambino impaurito, egli si rivolge ai tre discepoli prescelti con parole di toccante umanità: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate» (Mc 14,34); sente il bisogno di non essere lasciato solo. Ed è sempre nel Getsemani che, rivolgendosi al Padre, dice ancora: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» ( Mt 26,39). La sete di Gesù è sete di compiere la volontà del Padre, è desiderio della nostra salvezza… Egli ci ama e ha sete dell’amore di ognuno di noi, perché ciascuno di noi conta per lui più di tutto il mondo. Perciò, se noi non ricambiamo il suo amore, egli rimane assetato e continua a cercarci. Ma come possiamo ricambiare l’amore se, a causa del peccato, siamo incapaci di amare? Gesù stesso, morendo riarso dalla sete, diventa la sorgente inesauribile dell’acqua viva, poiché dal suo cuore trafitto sgorgano sangue e acqua. Da questa sorgente possiamo attingere l’amore e la sovrabbondanza della Vita. L’ora della crocifissione e della morte di Cristo è quindi l’ora del trionfo dell’Amore e della sua massima fecondità. Nella misura in cui beviamo a questa sorgente, veniamo dissetati e anche dal nostro cuore zampilla una sorgente d’acqua viva offerta a tutti gli assetati di Dio, del Dio che è inesauribile Amore.
  «TUTTO È COMPIUTO!» 
 Le braccia distese sul legno, le mani inchiodate, Gesù è fisicamente del tutto impotente, agli occhi di tutti appare uno sconfitto. Ma le vie di Dio non sono le nostre vie, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri… In realtà, questa è proprio l’ora che egli ha ardentemente desiderato, e alla quale si è preparato come all’ora culmine, all’ora della pienezza, in cui – superate tutte le tentazioni e le insidie – poter dire al Padre: «Consummatum est, tutto è compiuto, la missione affidatami è stata portata a compimento secondo il tuo volere». La preghiera di Gesù per noi ha raggiunto il suo culmine nell’offerta che egli ha fatto di se stesso al Padre nell’ora della croce, nel grido: «Tutto è compiuto» ( Gv 19,30). «Tutte le angosce dell’umanità di ogni tempo, schiava del peccato e della morte, tutte le implorazioni e le intercessioni della storia della salvezza confluiscono in questo grido del Verbo incarnato.
  Ed ecco che il Padre le accoglie e, al di là di ogni speranza, le esaudisce risuscitando il Figlio suo.
  Così si compie e si consuma l’evento della preghiera nell’Economia della creazione e della salvezza...» ( Catechismo della Chiesa cattolica, n.
  2606). Tutto è compiuto. Tutto è avvenuto secondo le profezie, tutto è avvenuto secondo il disegno del Padre. L’ora dell’offerta iniziata con la nascita di Gesù a Betlemme si compie sul Calvario: là era nato nella estrema povertà, qui muore nell’estrema spogliazione e umiliazione. È la scelta di Dio, è la scelta dell’Amore che, volendo ricuperare i miseri, si fa Misericordia, si abbassa, si svuota di se stesso per riversarsi in noi come sorgente di vita. Tutto è compiuto: è questo «l’istante immobile»; il tempo si ferma, l’ora batte sul cuore di Gesù e si riparte da zero. È l’ora zero della storia, l’ora in cui comincia il Giorno nuovo, il tempo nuovo, tempo della salvezza e della grazia. Tutto il dolore della Passione sembra ora acquietarsi, come la terra che, dopo aver accolto il seme nel solco, attende nella pace che esso germogli. È l’ora del «grande silenzio». È l’ora in cui, come discepoli di Cristo, più nulla possiamo fare, nulla dire, ma solo «rimanere nel suo amore», rimanere in preghiera presso di lui, inchiodati alla croce insieme con Maria, la Madre, formando un’unica grande supplica che, passando attraverso il cuore trafitto del Cristo, si versa nel seno del «Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» ( 2Cor 1,3). A quest’ora della Passione di Gesù si può riferire quanto diceva il poeta Claudel: il dolore è come una mandorla amara che si getta sul ciglio della strada; ripassando per la medesima via, vi troviamo un mandorlo in fiore. 
 « PADRE, NELLE TUE MANI CONSEGNO IL MIO SPIRITO»
Quando tutto è compiuto, quando il sacrificio di amore è pienamente consumato, quando non c’è più un «oltre» nell’offerta e nel dolore, ecco l’ultimissima parola di Gesù: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Grido di fiducia erompente dal cuore di un Povero che, percosso, disprezzato, senza via di salvezza umana, si rifugia in Dio, getta in lui ogni suo affanno. E in questa totale consegna di sé trova la pienezza della pace, si ritrova figlio. La Passione di Gesù non si conclude con un «perché» rivolto a un Dio sentito lontano, assente, ma con un atto di abbandono filiale: «Nelle tue mani consegno il mio spirito». Gesù spira riconsegnandosi alle mani del Padre, a cui aveva sempre obbedito, la cui volontà era stata tutto il suo desiderio, la sua unica gioia. Per questo la sua agonia è come una notte che sfocia nell’alba della risurrezione. Dalla cattedra della Croce, il Giusto, che si è caricato di tutte le nostre sofferenze perché ha preso su di sé tutte le nostre colpe, ci insegna a sperare contro ogni speranza, a sentire che le mani di Dio sono più forti di qualsiasi mano potente degli uomini, più forti di ogni tentazione che possa sopraggiungere e abbattersi su di noi. Perciò anche quando la prova è dura, terribile e angosciosa, noi dobbiamo gridare: nelle tue mani, Signore, sono al sicuro. Tuttavia, il grido di Gesù esprime pure lo sgomento di un figlio che sa di dover ancora compiere un viaggio nell’oscurità per poter ritornare a casa. Dopo la sua consegna, infatti, il Verbo della vita, Colui che il Padre ha mandato a parlare direttamente all’umanità per rivelarle il suo amore, si immerge nel silenzio della morte. E con il calar della sera, dopo gli ultimi atti compiuti dall’umana pietà, un profondo silenzio avvolge anche il monte delle croci e penetra nei cuori. Noi, che siamo entrati con Gesù in quest’ora, crediamo davvero che solo apparentemente le tenebre stanno prevalendo, poiché in esse già si fa strada la luce? Noi, che conosciamo la morsa dell’angoscia, crediamo che nel grido di Gesù morente si fa strada la speranza della Vita? Noi, che pure facciamo l’esperienza del turbamento per tanti sconvolgimenti che avvengono nel mondo, ne sappiamo trarre motivo di pentimento per convertirci a una più grande fede e soprattutto a un più grande amore? Mentre il velo del tempio dell’antica Legge si squarcia, che cosa avviene in noi? Se viviamo davvero il mistero della Croce, si può finalmente squarciare il nostro vecchio mondo, il nostro vecchio uomo, il velo della nostra sufficienza; si può spaccare la roccia del nostro cuore per lasciar scaturire da essa una sorgente d’acqua viva. Presi da santo timore, allora gridiamo con il centurione: «Costui è veramente il Figlio di Dio!»; poi, insieme con le pie donne, continuiamo a sostare presso la croce e presso il sepolcro, sicuri che Gesù, caduto nel silenzio della morte, non è perduto per noi, perché l’Amore è il più forte e ha vinto.

Preghiera davanti alla Croce

 

Signore Gesù, su questa nostra terra,
terra irrorata dal sudore dell’uomo,
terra bagnata dal sangue,
terra percorsa dall’amore e dall’odio,
è stata piantata la tua croce,
strumento di violenza che ti ha reso
immagine di dolore e di morte.
Rifiutato dalle folle, abbandonato dagli amici,
confuso con i criminali, spogliato della tua dignità,
torturato nel corpo e nell’anima, tu sei sceso fino in fondo
nel baratro della sofferenza e dell’annullamento
là dove sembra che anche Dio sia lontano.
Eppure le tue braccia, inchiodate alla croce,
restano aperte per accogliere tutti.
Eppure la tua bocca proferisce
solo parole di perdono e promesse di felicità.
Signore Gesù, la tua storia continua
nella litania quotidiana di tradimenti,
di rifiuti, di infedeltà, di soprusi,
di vendette che percorrono questo mondo.
Davanti alla tua croce,
nuovo ed uguale segno di questa storia
che non vuol cambiare,
noi avvertiamo più acutamente
la tragedia dei popoli poveri del mondo.
In essi la tua passione continua ancora.
E non finiscono gli oltraggi le distruzioni,
i crimini quotidiani,
le sofferenze inferte ai più deboli e agli infermi.
Davanti a te e a tutti i crocifissi del mondo
dopo l’ultimo colpo di lancia,
dopo l’ultima azione bellica,
dopo l’ultima violenza gratuita sugli innocenti,
noi ti imploriamo per tutti gli uomini
e specialmente per quelli
che usano il potere delle armi per offendere,
per umiliare, per imporre il loro potere.
Fa' che i loro occhi si aprano sul male commesso
sulle conseguenze devastanti delle guerre,
sui lutti e sulle rovine, sulla disperazione dei popoli.
Apri una breccia nel loro cuore
perché nei volti sfigurati degli oppressi
riconoscano le sembianze del tuo Cristo,
nel sangue delle vittime, il sangue che cade dalla sua croce,
perché lui è fratello di ogni creatura che soffre.

Amen.

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