giovedì 4 aprile 2013

Il Vangelo dei gesti. Una speciale narrazione di Dio da parte del nuovo pontefice

Papa Francesco3.4.13 Giuseppe Marco Salvati, http://vaticaninsider.lastampa.it/documenti/dettaglio-articolo/articolo/papa-el-papa-pope-bergoglio-23779/
  
Fin dai primi momenti di esercizio del ministero petrino, Papa Francesco non ha esitato a utilizzare, nel proprio rapporto con le persone, uno stile fatto di semplicità e di immediatezza della comunicazione. Nel valutare questo modo di esercitare il ministero, ordinariamente l'accento cade sul fatto che esso testimonia l'umiltà del Pastore, interessato ad aiutare le persone a superare i 'filtri' (culturali o istituzionali) che potrebbero fuorviare o distrarre l'attenzione, rispetto a Colui che il Vescovo di Roma vuole annunciare e del quale vuole essere il testimone vivente: il Dio di Gesù Cristo.

Fermo restando questo significato, mi sembra opportuno, però, sottolineare un'ulteriore dimensione dei gesti ai quali Papa Bergoglio ricorre e ci sta abituando: essi offrono una speciale 'narrazione di Dio', una vera e propria teo-logia (discorso su Dio), di particolare efficacia e di notevole rilievo; questi gesti costituiscono un efficace 'racconto' del volto di Dio. Vorrei evidenziarlo riflettendo su alcuni di essi, di cui siamo stati recentemente testimoni.
 
Il primo (nel tempo e per importanza) che vado a richiamare è l'invito a pregare per lui, che il neoeletto Vescovo di Roma ha rivolto ai presenti in Piazza San Pietro, la sera del 13 marzo scorso. Esso costituisce una netta affermazione del primato di Dio, nel senso che esprime la consapevolezza che qualunque ministero non solo viene da Dio, ma non può essere esercitato fruttuosamente, se Dio non concede gli aiuti necessari. Questo stesso gesto costituisce, in modo indiretto, un atto pubblico di fede monoteistica (“ Credo in un solo Dio...”), ossia un riconoscimento esplicito, da una parte, del fatto che non esistono altre divinità, all’infuori dell’unico vero Dio; dall'altra, che solo a Dio compete il primo posto e solo a Lui va data l'adorazione dell'uomo.

Quest'ultima affermazione è, per tutte le religioni monoteistiche, quindi anche per il cristianesimo, l'unico efficace antidoto contro ogni tentazione idolatrica; chi la dimentica o la trascura, più facilmente si lascia sedurre – anche se credente - dalle mille attrattive della storia umana (potere, ricchezza, carriera...). Richiamare questo primato dell’unico Dio, significa assumere, come già ricordava la professione di fede del libro del Deuteronomio (6,4-5) e come ha insegnato anche Gesù (Marco 12,29-30) un impegno di vita: amare Dio al di sopra di ogni cosa.

Guardando le molte situazioni di disagio e di scandalo in cui la Chiesa dei nostri giorni è venuta a trovarsi o ancora si trova, non è forse vero che esse sono conseguenza di un deficit di amore radicale a Dio, oltre che un’intollerabile mancanza di rispetto e amore per il prossimo?

Un altro elemento che si è potuto notare nei pochi giorni passati dall’elezione di Papa Francesco è stato l’insistere sulla misericordia di Dio. Il Vescovo di Roma ha richiamato un tema diffuso, più di quanto ordinariamente s’immagini, tanto nelle pagine dell’Antico quanto in quelle del Nuovo Testamento, oltre che ricorrente nell’esperienza e nel pensiero della Chiesa. Dalla testimonianza profetica di un Dio che prova un ‘amore viscerale’ (rachammim = amore della donna per il bambino che porta in sé) per le sue creature, alle parabole di Gesù su Dio quale pastore che cerca la pecora perduta o quale padre che accoglie il figlio che si era volontariamente allontanato (Luca 15), la Bibbia suscita stupore in chi ne conosce il messaggio.

Un Dio disposto a vivere lo ‘svuotamento’e l’abbassamento (kenosis) del farsi ‘servo’, fino alla morte e alla morte di croce, è un Padre di infinita pazienza, la cui disponibilità può essere annullata solo dalla presunzione umana di poter fare a meno di Dio o dal timore, infondato, che la sua misericordia abbia limiti. “Chiediamo a Dio di non stancarci di invocare il perdono”, ha affermato Papa Francesco; come a dire: non smettiamo di bussare alle porte del ‘cuore’ di un Dio che è misericordia infinita. Nel messaggio Urbi et Orbi del giorno di Pasqua ha ribadito: “Lasciamoci rinnovare dalla misericordia di Dio, lasciamoci amare da Gesù, lasciamo che la potenza del suo amore trasformi anche la nostra vita; e diventiamo strumenti di questa misericordia, canali attraverso i quali Dio possa irrigare la terra, custodire tutto il creato e far fiorire la giustizia e la pace”.

Ecco una forma trasparente di annuncio del Dio di Gesù Cristo, in un tempo che oscilla tra la superbia dell’indifferenza e l’umile ricerca di senso, tra la tronfia sicurezza dei potenti e la sete di giustizia di molti poveri, tra la ‘pienezza di sé’ di presuntuosi conoscitori della verità e i dubbi dei molti pellegrini di luce che vivono in ogni angolo della terra. A tutti, il Papa Francesco ripropone, in Cristo crocifisso e risorto, la garanzia di un amore, quello di Dio, che tutti aspetta, consola, illumina, accoglie, senza stancarsi.Vorrei, infine, soffermarmi sul gesto della lavanda dei piedi, che Papa Francesco ha eseguito durante la celebrazione del Giovedì Santo (29 marzo 2013) nell’Istituto di Casal del Marmo.

Come è noto, fra i ragazzi ammessi a vivere questa esperienza, era presente una musulmana. Ciò che mi sembra significativo, in questo particolare, è l’indicazione di uno stile di rapporto con le persone, qualunque sia la loro fede, dove il ‘mettersi in ginocchio’ davanti ad esse appare essere il gesto più conforme al comando di Cristo, che ha detto: “io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Luca 22,27). Così facendo ha testimoniato che Dio è ‘amico’ e ‘al servizio’ dell’uomo, qualunque sia la sua situazione; ha espresso in modo visibile che il Dio cristiano suscita accoglienza, non crea barriere o intolleranza. Egli non è un Dio ‘padrone’, ma ‘servo’, che vuole che l’uomo diventi ‘signore’: “Dio si è fatto come noi, per farci come Lui”, dicevano i primi teologi.

A una Chiesa che sempre corre il rischio di porsi quale domina (padrona) e non serva, il Papa Bergoglio indica decisamente il modello rivoluzionario di un Dio che è amore (in se stesso: il mistero della vita trinitaria) e nel rapporto con tutte le creature.

In ultimo, una parola sull'efficacia di questa forma di comunicazione: quella che si serve dei gesti, oltre che delle parole che li accompagnano. Essa si mostra particolarmente utile, sia perché universalmente accessibile e fruibile; sia perché riesce a trovare ancora spazio in un mondo e in un tempo (quelli del ‘villaggio globale’) nei quali, da una parte, si corre il rischio di un’elefantiasi comunicativa, per cui è necessario puntare al ‘cuore’ del messaggio da trasmettere; dall’altra, facilmente tutta l’umanità può essere immediatamente raggiunta, grazie ai mezzi di comunicazione.

Mi sembra che, in modo indiretto, Papa Francesco voglia indicare a tutta la Chiesa l’urgenza di privilegiare, nell’impegno di evangelizzazione, il ‘cuore’ del Vangelo, la novità che si esprime nella persona di Gesù Cristo: a un uomo pronto a prendere le distanze da Dio o, che in molti casi, le ha già prese, Dio si offre quale ‘mendicante’ e ‘fonte’ di amore; a un uomo che presume di costruire la storia senza Dio, quest’ultimo si offre come garanzia di edificazione di un mondo e di un’umanità pacificati.

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