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martedì 11 febbraio 2014

Il cristianesimo e la sofferenza

Luciano Manicardi, Monaco di Bose

Le radici degli atteggiamenti cristiani verso la sofferenza si trovano nella Bibbia. Dico “atteggiamenti” al plurale perché in realtà il riferimento alla vita e alla persona di Cristo, e anche alla sua sofferenza e morte simboleggiate dalla “croce”, hanno dato vita nella storia a comportamenti e atteggiamenti diversi, talvolta contraddittori, di fronte a sofferenza e morte. Nel primo millennio cristiano ha prevalso nelle chiese il riferimento al Gesù medico, al Gesù che ha incontrato tanti malati e sofferenti nel corpo e nella psiche e che ha sempre lottato contro il dolore che disumanizza e stravolge la vita di una persona. Ha prevalso l’immagine del Gesù che, incontrando i malati, non predica mai rassegnazione, non ha atteggiamenti fatalistici, non afferma mai che la sofferenza avvicini maggiormente a Dio, non chiede mai di offrire la sofferenza a Dio, non nutre mai atteggiamenti doloristici, perché sa che non la sofferenza, ma l’amore salva. Per questo Gesù “si prende cura” di chi è nella sofferenza, mostra empatia nei suoi confronti, e a volte anche opera guarigioni. Nel secondo millennio si è venuto progressivamente accentuando un atteggiamento di imitazione o di identificazione nel Cristo sofferente e crocifisso che, sa da un lato ha potuto a volte consentire di rendere sopportabile la sofferenza che non passa, ha tuttavia dato origine a spiritualità doloristiche, a vere e proprie esaltazioni del soffrire come via di salvezza, che non avevano nulla in comune con lo spirito del Vangelo e con un atteggiamento semplicemente “umano”. Si tratta di quelle “ideologie” spirituali che qualcuno ha posto sotto il nome di “masochismo cristiano” (ma si potrebbe parlare anche di sadismo).