VALENTINA FIZZOTTI, Avvenire, 3.2.16
La chiamano 'gestazione per altri', 'maternità surrogata' o 'di sostituzione', 'utero in affitto': definizioni più o meno edulcorate di una pratica, proibita in molti Paesi e regolata in altri, che consiste nel far portare avanti una gravidanza – dietro compenso o 'rimborso spese' – a una donna che cederà per contratto il nascituro ai richiedenti, che con lui o lei condividono almeno in parte il patrimonio genetico. Pochissimi, e molto pubblicizzati, sono i casi in cui sussiste un legame di sangue fra la surrogata e uno degli aspiranti genitori: sorelle che prestano l’utero a fratelli gay, madri che ospitano in pancia i nipoti per sterilità di una figlia – etichettati come 'miracoli di altruismo' o 'mostruosità' – non incidono sulle cifre di una industria miliardaria della riproduzione che arruola donne per l’usufrutto temporaneo del proprio corpo.
