Fino a
pochi decenni fa era semplice distinguere l’umanità in maschi e femmine: era
sufficiente prendere in considerazione gli attributi sessuali per stabilire a
quale sesso si appartenesse. Il rischio tuttavia era quello di giustificare
come “naturale” (cioè stabilito dalla natura) il fatto che a tale
differenziazione corrispondesse anche un primato del maschile e una
discriminazione delle donne (ricordiamoci ad esempio che, fino a pochi decenni
fa, non potevano votare).
A partire
dagli anni ’70 nasce nel mondo anglosassone un movimento di pensiero che
complica notevolmente le cose con l’intento di distruggere ogni
discriminazione: non si devono considerare solo le differenze fisiche e biologiche[1],
ma anche quelle psicologiche e culturali di identità di “genere” o “gender” (ovvero basta eliminare la componente culturale
che stabilisce come debbano comportarsi gli uomini e come le donne per lasciare
libera la persona di esprimersi così come si percepisce, in accordo o meno con
il proprio sesso biologico) e quelle dell’orientamento
sessuale (ovvero l’attrazione sessuale verso il proprio o l’altrui sesso o
per entrambi) e del comportamento sessuale (cioè il modo con cui esprimo il mio
orientamento).

Prima con la legge nella Spagna di Zapatero, poi con analogo e contestato provvedimento nella Francia di Hollande, infine con la sentenza della Corte Suprema Usa nell’America di Obama (per carità, è solo un primo passo, ma la pallina ormai è su un piano inclinato) il matrimonio gay, già sdoganato in alcuni paesi del Nord Europa, si appresta a diventare tema di dibattito anche in Italia e prima o poi legge. Mi rendo conto dell’impopolarità della mia posizione, in particolare a sinistra dove comunque ricordo la linea del Pd è contrario al matrimonio omosessuale e a favore delle unioni civili “alla tedesca” (linea su cui concordo in pieno), ma io sono stato sempre e resto contrario alle nozze gay. Lo sono proprio a partire da posizioni di sinistra, di tutela dei soggetti più deboli, che sono sempre i bambini. Provo a riassumere il perché della mia contrarietà in cinque rapidi motivi.