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sabato 1 febbraio 2014

IL PURGATORIO NON E' UNA FAVOLA

Seguendo la Bibbia, da sempre la Chiesa ne afferma l'esistenza mettendo in guardia dalle pene tutt'altro che leggere
di Corrado Gnerre

Un giorno un frate chiese a Padre Pio di applicare la celebrazione della S.Messa a suffragio dell'anima di suo padre, morto trent'anni prima. Padre Pio disse che lo avrebbe fatto nella Messa del giorno dopo. La mattina seguente, dopo la celebrazione, Padre Pio disse a quel frate: «Gioisci. Oggi il tuo papà è entrato in Paradiso!». Ma quel frate, invece di gioire, ri rattristò e disse: «Ma Padre, il mio papà è morto già da trent'anni». Al che Padre Pio esclamò: «Dinanzi a Dio tutto si paga».
«Dinanzi a Dio tutto si paga»: sta qui la ragione del Purgatorio. A chi dubitasse, a chi ne minimizzasse l'esistenza e si facesse venire mille perplessità in merito, basterebbe ricordare che Dio è l'Essere nella sua pienezza, cioè nella sua massima perfezione e che dun­que in Dio ci sono tutte le virtù al grado massimo, per cui è giusto e doveroso affermare che Dio è massimamente amore, ma è al­trettanto giusto e doveroso affermare che Dio è massimamente giusto.

sabato 28 settembre 2013

SCONFIGGERE LA MORTE. Alberto Maggi "Siamo tutti schiavi del più grande tabù"

La malattia, le cure, la guarigione quando sembrava non ci fosse speranza Il teologo "eretico" smonta attraverso l'esperienza personale la paura che l'uomo ha esorcizzato
Alberto Maggi "Siamo tutti schiavi  del più grande tabù"
La Repubblica, 27.9.13

MONTEFANO - Alberto Maggi ha visto la morte da vicino. Ma poiché, oltre che frate, raffinato teologo e religioso spesso accusato di "eresia", è un uomo spiritoso, il titolo del libro che dà conto di quell'esperienza, uscito da poco per Garzanti, suona: Chi non muore si rivede."Avevo appena ultimato un saggio sull'ultima beatitudine. La morte come pienezza di vita, ma sentivo che mancava qualcosa. Poi sono stato ricoverato d'urgenza per una dissezione dell'aorta: tre interventi devastanti, settantacinque giorni con un piede di qua e uno di là. È stato allora che ho capito cosa mi mancava: l'esperienza diretta e positiva del morire. E ho anche capito perché San Francesco la chiami sorella morte: perché la morte non è una nemica che ti toglie la vita, ma una sorella che ti introduce a quella nuova e definitiva.
Nei giorni in cui ero ricoverato nel reparto di terapia intensiva, con stupore mi sono accorto che le andavo incontro con curiosità, senza paura, con il sorriso sulle labbra. Oltretutto percepivo con nettezza la presenza fisica dei miei morti, di coloro che mi avevano preceduto e ora venivano a visitarmi... Chissà perché quando qualcuno muore gli si augura l'eterno riposo, come se si trattasse di una condanna all'ergastolo. Io penso invece che chi muore continua a essere parte attiva dell'azione creatrice del Padre".

Fatto sta che oggi si persegue tutt'altro sogno, quello di una tendenziale immortalità garantita dalle biotecnologie.

lunedì 23 settembre 2013

Aldilà. Il caso dell’«anima» fra immortalità e/o risurrezione

di Gianfranco Ravasi, Avvenire, 22.9.13

«Tra voi e il cielo non vedete altro che la pala del becchino». Così polemizzava il filosofo russo Piotr J. Caadaev (1794-1856) nei confronti del materialismo ottocentesco. Il guardare oltre la tomba è, invece, insito nel messaggio pasquale cristiano fin da quella significativa interpellanza rivolta dal messaggero divino alle donne nell’alba di Pasqua: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Luca 24,5). Da secoli la teologia cristiana cerca di andare oltre quella pala che seppellisce un cadavere e ha adottato sia la categoria biblica della «risurrezione» sia quella apparentemente alternativa della «immortalità» classica greca. Proprio per la sterminata complessità e articolazione di questa riflessione, ora ci accontentiamo solo di una sorta di nota interpretativa generale. Infatti, affacciarsi sull’aldilà è possibile, in sede teologica cristiana, solo a patto di «un energico sforzo intellettuale per non mummificare il pensiero in sepolcri concettuali e per cogliere della verità non le morte spoglie, ma la scintilla perennemente vivente», come suggeriva in modo un po’ sontuoso ma efficace Andrea Vaccaro, uno studioso di filosofia e teologia nel suo bel volumetto Perché rinunziare all’anima? (Edb). Sicuramente è necessario e corretto operare una certa 'deplatonizzazione' della visione cristiana tradizionale, operazione di pulizia condotta con vigore soprattutto da vari teologi protestanti tra i quali spiccano Karl Barth e Oscar Cullmann. Di quest’ultimo è significativo il breve saggio, pubblicato nel 1956 e accolto con successo, Immortalità dell’anima o risurrezione dei morti? (Paideia). Un interrogativo a dilemma, di cui è facile intuire la scelta compiuta dal teologo di Basilea. Tuttavia, non si può dimenticare neppure quello che osservava l’allora teologo Joseph Ratzinger nella sua Escatologia. Morte e vita eterna (Cittadella): «Il concetto di anima, quale è stato usato nella liturgia e nella teologia fino al Vaticano II, ha in comune con l’antichità altrettanto poco quanto il concetto di risurrezione. Esso è un concetto specificamente cristiano» e, proprio per questo, non può facilmente essere abbandonato o espunto dalla riflessione teologica. Tirando, allora, le fila del lungo itinerario teologico sull’oltrevita cristiano, riconoscendo le difficoltà di una sintesi che riesca a far combaciare prospettive differenti, potremmo tentare un bilancio molto essenziale. 

lunedì 24 giugno 2013

VITA ETERNA. La gloria della nostra carne

di Enzo Bianchi, Avvenire, 23.6.13

Sembra che la resurrezione della carne, la resurrezione dei nostri corpi, sia l’elemento più strano che la fede cristiana chiede di credere. Non a caso, dalle analisi sociologiche condotte sulla fede degli italiani risulta che, se la maggior parte della popolazione crede in Dio, neanche il 20% crede nella resurrezione della carne.

Occorrerebbe domandarsi che qualità cristiana ha questa fede, che in verità sembra piuttosto una certa credenza in un Dio, in un essere superiore, credenza neppure degna di essere classificata come teista. Eppure ogni domenica nella professione di fede che i cattolici fanno all’interno della celebrazione eucaristica si confessa: «Credo la resurrezione della carne, la vita eterna» (Simbolo apostolico), oppure: «Aspetto la resurrezione dei morti» (Simbolo niceno-costantinopolitano)… Quando poi si ascoltano i pensieri dei cristiani sull’aldilà, sovente si resta imbarazzati sentendoli parlare di reincarnazione (espressione sconosciuta fino a un secolo fa e introdotta con il fenomeno dello spiritismo), come se questo fosse il vero desiderio che li abita: vivere altre vite, altre esperienze. È questo un modo per rimuovere la verità della morte, oppure è un sogno di immortalità?

Questi cristiani che spesso pensano la reincarnazione come una credenza religiosa orientale non sanno, tra l’altro, che nell’induismo e nel buddhismo la reincarnazione significa una condanna, perché la salvezza si attua proprio attraverso una lunga disciplina durante la vita, la quale permette di uscire dal ciclo delle reincarnazioni che rappresentano sempre un fallimento! Questi cristiani si ispirano forse alla migrazione delle anime, concepita da Platone all’interno di un’ideologia dualista secondo cui l’essere umano sarebbe composto di un elemento immortale, l’anima, e di uno corruttibile, il corpo? La fede nella resurrezione della carne è il cuore della fede cristiana, perché indissolubilmente legata alla fede nella resurrezione di Gesù Cristo. Già l’apostolo Paolo, di fronte alle difficoltà mostrate a questo riguardo dai primi cristiani provenienti dal mondo greco, asseriva con forza: «Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede … Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,16-17.19).

sabato 15 giugno 2013

Le idee confuse sull'aldilà e il rifiuto cristiano della reincarnazione

La credenza nella reincarnazione cela un rifiuto di lasciarsi salvare ed esprime in sostanza la volontà di autoredenzione dell'uomo.


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[TESTO TRATTO DAL VOLUME DI ANGELO AMATO, "IL PARADISO. DI CHE SI TRATTA? (LIBRERIA EDITRICE VATICANA)]
E' un fatto innegabile, che anche nella cultura catechistica dei cristiani si nota una grande vaghezza per quanto riguarda l'aldilà, tema non frequente nella predicazione, nella pastorale e nell'istruzione religiosa, dove le questioni sulle realtà ultime vengono sottaciute, a tutto vantaggio delle tematiche socio-culturali di impatto immediato e direttamente verificabili.

Dalle indagini sociologiche risulta, ad esempio, che per quanto riguarda la prospettiva della vita dopo la morte, le credenze sembrano essere molto deboli, esistendo un alto livello di incertezza, che spesso rasenta il cinquanta per cento degli intervistati. [1]

sabato 24 novembre 2012

Vita eterna. L'Escatologia


ESCATOLOGIA
L'Escatologia (lett. "scienza delle cose ultime o finali") è la riflessione sulle cose ultime, cioè sulle realtà legate alla "fine dei giorni". In pratica l'escatologia è strettamente correlata con la visione della morte e dell'aldilà. L'escatologia cristiana ha a che vedere con la resurrezione dei morti, con la Vita Eterna, con il Giorno del Giudizio, con il ritorno di Cristo (Parusia).
Il Mistero Pasquale viene letto già dalla prima generazione cristiana come un fondamentale evento escatologico, che ridà la speranza ai discepoli del Risorto.
Nella tradizione catechistica della Chiesa si utilizza il termine "novissimi" (="cose ultime") per indicare quattro parole chiave del destino finale dell'uomo: morte (ultima cosa che accade in questo mondo), giudizio di Dio (ultimo giudizio che si dovrà sostenere), inferno ("stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati", CCC 1031), paradiso (sommo bene che avranno "coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati", CCC 1023).

Che differenza c’è tra il giudizio «universale» e il giudizio «particolare»?
Nel Catechismo della Chiesa cattolica al n. 1022 si afferma che «fin dal momento della sua morte ogni uomo riceve la retribuzione eterna in un giudizio particolare... per cui o passerà attraverso una purificazione (Purgatorio), o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre». Al n. 1038 e segg. si afferma che avvenuta la risurrezione di tutti i morti vi sarà il Giudizio finale, in cui Cristo... separerà gli uni dagli altri... e quanti fecero il male «se ne andranno al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna». Al di là del fatto che i tempi della vita eterna non sono misurabili con i criteri terreni, è certo che il giudizio finale sarà «universale» e avverrà alla fine dei tempi, mentre il giudizio particolare avrà luogo al momento della morte di ogni uomo. Se però il giudizio particolare conterrà già implicitamente la decisione sulla futura «retribuzione eterna», quindi di per sé definitiva, in cosa si potrà distinguere il Giudizio «finale» da quello «particolare»?
Risponde don Angelo Pellegrini, docente di Teologia sistematica

venerdì 23 novembre 2012

Vita eterna al cinema (Hereafter e altri)


IL FILM. HEREAFTER
Eastwood raccoglie la sfida di confrontarsi con il tema dell'aldilà 
di Gaetano Vallini,  
Ci sono film che colpiscono pur lasciando interdetti. Da una parte intrigano, raccontando belle storie e toccando le corde giuste, dall'altra inducono qualche perplessità, perché sembrano interlocutori, in qualche modo imperfetti. È il caso di Hereafter, l'ultimo lavoro di Clint Eastwood in cui s'interroga su cosa c'è dopo la morte, spingendo gli spettatori a porsi la sua stessa domanda. E la risposta suggerita - in realtà non proprio convinta e definitiva - è che la morte non è la fine di tutto, ma che esiste un luogo, una dimensione in cui si trasmigra, con la quale peraltro qualcuno riesce a stabilire un contatto sia pure flebile e transitorio. Una tesi consolatoria per chi resta e di speranza per chi se ne va. Ma a Eastwood la fede sembra non interessare. Nel suo aldilà non appare nulla di religioso o di mistico. È un luogo asettico, indefinito e indefinibile, rappresentato così come viene descritto da quanti sostengono di aver vissuto esperienze di pre morte. Nulla di più?
Il film, dai forti e accattivanti richiami dickensiani, racconta in parallelo le storie di tre persone toccate in vario modo dalla morte e che attraversano un periodo di grande solitudine. (…)

mercoledì 21 novembre 2012

La vita eterna (raccontata a scuola)


C’erano due gemellini, un maschietto e una femminuccia, così intelligenti e precoci che, ancora nel grembo della madre, parlavano già tra di loro. La bambina domandava al fratellino: “Secondo te, ci sarà una vita dopo la nascita?”. Lui rispondeva: “Non essere ridicola. Cosa ti fa pensare che ci sia qualcosa al di fuori di questo spazio angusto e buio nel quale ci troviamo? La bimba, facendosi coraggio: “Chissà, forse esiste una madre, qualcuno insomma che ci ha messi qui e che si prenderà cura di noi.”. E lui: “Vedi forse una madre tu da qualche parte? Quello che vedi è tutto quello che c’è”. Lei di nuovo: “Ma non senti anche tu a volte come una pressione sul petto che aumenta di giorno in giorno e ci spinge in avanti?”. “A pensarci bene, rispondeva lui, è vero; la sento tutto il tempo”. “Vedi, concludeva trionfante la sorellina, questo dolore non può essere per nulla. Io penso che ci sta preparando per qualcosa di più grande di questo piccolo spazio”.

Il test sulla resurrezione
di Gilberto Borghi | 17 11 2010
È una parola che manca del tutto dal vocabolario dei nostri ragazzi. E credo che questo dica molto su come sentono la vita e il suo epilogo.