Nella storia dell'arte
occidentale c'è un pittore, al quale più che ad altri si attribuisce un anelito
di spiritualizzazione. Molti dei suoi dipinti sono pervasi di un'inquietudine
estatica. Lo spazio da lui dipinto è spesso più accennato simbolicamente che
reale; domina la verticale, il movimento ascensionale; le sue figure sembrano
stirate artificialmente, allungate in maniera innaturale; il gioco delle ombre
e delle luci è altamente drammatico; i contorni sfumano. La bellezza è qui in
larga misura smaterializzata - anche a prescindere dagli occhi espressivi di
molte figure.
Questo pittore proviene dall'arte
greco-bizantina, tuttavia a Venezia e a Roma, presso i grandi maestri Tiziano,
Bassano e Tintoretto, si era appropriato delle acquisizioni del rinascimento e
del manierismo. E tutto questo coniugava con la religiosità popolare mistica
della Spagna, lui che non era spagnolo e che tuttavia era più spagnolo degli
spagnoli: Domenikos Theotokópoulos di Creta detto El Greco (1541-1614), non soltanto pittore, ma anche scultore,
architetto e teorico dell'arte.